VULAVA: una lampada che illumina le ombre della nostra società. Nata dai semplici strumenti di un “vù lavà”, questa creazione accende la riflessione su chi lavora nell’ombra, tra gli occhi disattenti e distratti di chi passa veloce. Un oggetto che non solo arreda, ma invita a guardare chi c’è dietro la spazzola, un popolo invisibile, spesso soggetto a pregiudizio e discriminazione.
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(Dis)integrare
Ogni giorno, alle luci rosse dei semafori italiani, il “vù lavà” è la prova tangibile di una frattura che nessuna politica o ordinanza potrà mai risanare. I lavavetri sono lì, in mezzo alla strada, con il secchio e la spazzola, a guadagnarsi qualche spicciolo per sopravvivere. La scena si ripete, e con essa automobilisti infastiditi da un gesto che ritengono invadente. Il problema, però, non è la spazzola, ma il volto che la impugna: un volto di un rom, di uno straniero che, alla fine, non è mai stato davvero accolto.
Sono circa 15.800 i Rom e i Sinti che vivono in Italia, una piccola minoranza che, nonostante la cittadinanza italiana per l’80% di loro, continua a restare invisibile e spesso odiata. Le politiche abitative, i campi rom, l’emarginazione forzata sono solo il sintomo di un rifiuto all’integrazione che affonda le sue radici nei secoli. Ma l’esclusione non basta. Oggi, invece di accogliere, si addita, si isola e si ghettizza.
Quando il lavavetri ti si avvicina, insiste, ti guarda negli occhi e ti chiede un contributo, in fondo non è solo un gesto fastidioso. È la sua unica richiesta di dignità, di esistenza, di un posto che nessuno ha mai voluto dargli. La reazione degli italiani, però, è di rifiuto, per quella che viene percepita come “aggressività”, “insistenza” o “mancanza di educazione”, che a volte sfocia in vere e proprie denunce.
Così, mentre le politiche italiane, da sempre incapaci di affrontare il problema con realismo e lungimiranza, continuano a emettere ordinanze contro i lavavetri, il popolo italiano continua a ignorare che i Rom e i Sinti sono stati sempre trattati come un problema da eliminare, mai come un’opportunità di incontro.
La verità è che la non tolleranza verso il lavavetri non deriva dal suo mestiere bensì dalla sua origine. Il lavavetri è una figura da respingere, non perché “sporco” o “indesiderato”, ma perché è rom. E se fosse italiano, magari ci passerebbe sotto silenzio, magari sarebbe “solo un povero che cerca di sopravvivere”. La domanda che dovremmo porci è semplice: la nostra società è davvero pronta ad accogliere o continuerà a rifiutare chi, da secoli, vive come un emarginato?